//LaBconsulenze è donna

LaBconsulenze è donna

E’ un uggioso pomeriggio di metà novembre quando squilla il telefono che mi distoglie dai pensieri. Dall’altra parte una voce amica.  “Senti, un’importante azienda è alla ricerca di una giornalista valida e operativa. Ho fatto il tuo nome. Tra i tanti colleghi sei quella con il profilo più idoneo. Domani hai il colloquio”.

Lo ringrazio e sorrido. Parliamo del più del meno, di come la nostra categoria sia alla fame e dopo un po’ ci lasciamo con un “Allora, aggiorniamoci. Mi raccomando”.

Una bellissima notizia se non fosse che il mio umore è nero più del cielo.

Ero reduce da una visita ginecologica, il dottore era stato chiaro: “Non sento il battito. Ci rivediamo giovedì prossimo in ospedale per il raschiamento”. Sarebbe finita così, ancora prima di iniziare la mia seconda gravidanza. E Gabriele avrebbe dovuto aspettare, chissà quando per avere la sua “fratellina”.

L’indomani mi presento al colloquio con il mio miglior sorriso. Ho sempre praticato la divisione tra sfera personale e professionale. Il lavoro è il  mio rifugio, il miglior modo per trasformare le negatività in positività.

Arrivo puntuale all’appuntamento. Attendo e osservo. Stabile moderno, lavoratori giovani e sorridenti. La prima impressione è positiva. Mi chiamano. Entro nella sala riunione.

Inizia il colloquio. Le referenze erano positive, il curriculum parlava per me. Il selezionatore è attento, scrupoloso ma anche simpatico. Accanto a lui una donna dai capelli biondi che per tutto il colloquio mi osserva e mi ascolta senza parlare.

Il nostro sguardo si incrocia più volte. Occhi vispi e curiosi. Sembra simpatica. A fine colloquio è il tempo dei saluti, delle strette di mano e delle frase di circostanze.

Ero pronta a sentirmi dire, la solita frase “bene, le faremo sapere”. Invece, mi spiazzano:  “Le va bene un contratto di un anno per iniziare?!”.

Una settimana prima avrei fatto i salti di gioia. Ora, in cinque secondi nella mia testa si affollano mille pensieri. “E ora?”, penso mentre istintivamente mi sfioro il ventre.

Sorrido e le parole escono fuori sole:  “Bene, sì ma facciamo una prova di due mesi”.

I miei interlocutori sorpresi si guardano negli occhi. Non dicono nulla ma è facile capire cosa pensano.

L’indomani ricevo la telefonata dell’ufficio personale: “Giovedì presentati in azienda con i documenti per l’assunzione”.  Ma giovedì è quel giovedì. Respiro. E oso: “Scusi, ma giovedì ho una visita medica programmata. Posso venire un altro giorno?”. Silenzio. “Allora direttamente lunedì”, dice.

Giovedì arrivo presto nell’ospedale della mia città di nascita. La notte era passata insonne, come il resto della settimana d’altronde. Il mio dottore, mi guarda. E dice: “Facciamo prima un’ecografia”.

Il gel mi ghiaccia l’addome. Poggia l’ecografo, compaiono le immagini. ll dottore scruta il monitor. Il ritorno dell’immagine non lo convince. La visita si prolunga più del normale. E alla fine dice: “Forse c’è qualcosa ma è ancora presto. Torna tra una settimana”.

Esco dall’ospedale incredula. E con un pensiero. “E ora cosa dico al lavoro?”.

Tutto il fine settimana è un continuo interrogarsi: “Firmo o non firmo? E se rinuncio e poi non sono incinta? Ma se accetto e poi sono incinta?”

Ma poi assale la risposta: “Hai un contratto di solo due mesi. Alla scadenza sicuramente si saprà se sono incinta o meno”.

E’ dicembre. Inizio a lavorare part time in azienda. Le aspettative sono ampiamente confermate, l’ambiente è stimolante, i colleghi cordiali e la direzione attenta ai suoi lavoratori. La prima settimana vola via anche troppo presto.

Puntuale arriva il giorno della visita. Il giorno della verità si trasforma nel giorno della paura. Il puntino visto la settimana prima è quadruplicato ma non ha le sembianze di un embrione. Non è un fibroma, non è vascolarizzato quindi non dovrebbe essere un tumore. Ma allora cos’è? Il mio ginecologo si consulta con il primario: “Forse un grumo di sangue. Monitoriamolo. Torna a visita fra una settimana”.

Un tempo infinito. Se non fosse che le giornate lavorative scorrono veloci. E’ proprio vero: “fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”.

Non sembra di essere in un’azienda del Sud Italia sembra di lavorare nell’efficientissimo Nord in un ambiente professionale e familiare allo stesso tempo. Difficile non affezionarsi.

Dicembre è oltre la sua metà e trascorre tra sorrisi e progetti in uffici, lacrime e incognite a casa.

E’ il giorno dell’ennesima visita. Vorrei fosse l’ultima o almeno vorrei sapere cosa sta accadendo al mio corpo. Finalmente la situazione è chiara. Dietro il grosso grumo di sangue, l’ecografo scova un embrione. Sì, c’è. E si sente il battito. Gli occhi del mio ginecologo si rasserenano, dai miei scende una lacrima. E lui mi dice: “Non sarà facile. Non so se ce la farà”.

Le sue parole sono un pugno nello stomaco. Arriva Natale. Si stacca un po’ dal lavoro ma non dai pensieri.

Al rientro in ufficio aumentano le responsabilità e gli impegni a medio lungo periodo. Sembra procedere tutto bene .Finché a metà gennaio. Una sera, stesa sul divano sento una fitta al basso ventre sconosciuta, mai sentita in 36 anni di vita. Diversa, dolorosa, pungente. Vado in bagno. Sangue, rosso vivo. Corro in ospedale. Al triage più che un accettazione è già un referto: “Minaccia di aborto”.

Ho il cuore a mille. Il ginecologo di turno procede. Esamina, scruta, monitora.  Attendo. E dice: “L’embrione c’è, sta bene. Non c’è distacco. Non è chiara la provenienza di questo  questo sangue. Vada a casa  stia a riposo e inizi a fare queste punture per una settimana”.

Più che una gravidanza è un calvario. Penso tra me e me. Mio figlio Gabriele mi scruta: “Mamma stai bene”. Sorrido e dico una bugia: “Sì, amore mio”.

L’indomani, contro le disposizioni del dottore e le ansie di mio marito, mi presento al lavoro come se nulla fosse successo. Avrei potuto prendere malattia. Non l’ho fatto. Forse per timore, forse perché non mi andava ancora di spiegare.

Passano i giorni, le punture sono fastidiose e dolorose. La mia vita è divisa a metà. In ufficio le attività si svolgono freneticamente e sono un continuo pungolo e stimolo. Lavorare in questa struttura mi gratifica professionalmente e anche umanamente. I colleghi sono solidali e ad esserlo di più è la direzione. Gli standard di qualità elevati e i ritmi frenetici non hanno inaridito gli animi.  Colleghi e direzione manifestano empatia e solidarietà nei confronti di chi ha dubbi e difficoltà nella sfera personale. E’ una famiglia.

Terminato il ciclo di punture, il mio ginecologo ha ormai il quadro chiaro: “Hai avuto un impianto tardivo, l’emorragia è legata a un principio di distacco della placenta. Stai a riposo e continua con le punture. Questa gravidanza è un po’ più complicata. Aspettiamo i tre mesi. Stai tranquilla”.

Tranquilla, una parola. Manca una settimana alla scadenza del contratto. E il dubbio è uno: quando dire di essere incinta al lavoro. Tre le opzioni in campo: prima della scadenza del contratto, solo in caso di rinnovo, alla fine dei tre mesi.

E se in famiglia lasciano a me la scelta. Le amiche non sono d’aiuto e i loro consigli hanno un unico denominatore comune: l’omissione.  “Se glielo dici, non ti rinnovano il contratto sicuro”;  Nessuno assume donne incinte”; “Aspetta di vedere se ti rinnovano il contratto. E poi valuta”; “Non dire nulla, fai come mia cugina. Dopo il rinnovo vai in gravidanza a rischio”.

Il dubbio resta. Per giorni non riesco a parlare con la direzione. Tanto lavoro e troppe le scadenze per l’azienda. Il mio colloquio è rinviato.

Il calendario segna 30 gennaio,  è il giorno della verità. Nella mia testa ripeto le parole del discorso che vorrei fare alla dottoressa. La prima impressione è rimasta tale. E’ una donna solare, schietta, determinata, sincera. Chiede tanto ai suoi collaboratori ma dà tanto. Sempre in prima linea. Sono sicura. La mia è la scelta giusta. Entro nella stanza, stringo in mano il faldone del ginecologo. Mi sorride, mi fa accomodare. La guardo negli occhi. Inizio a parlare. Non so se mi rinnoveranno il contratto ma la verità è l’unica soluzione.

 

Quella che vedete in foto sono io, il giorno del mio compleanno, festeggiato in azienda due giorni prima di andare in maternità, alla fine dell’ottavo mese di gravidanza. Sorrido.

Non tutte le aziende sono uguali, le aziende sono le persone che vi lavorano. Uomini e donne.

LaBconsulenze è donna. Coraggiosa, determinata, solidale. Resiste, va avanti con correttezza e lealtà.

 

 

 

By | 2020-03-08T09:11:24+00:00 marzo 8th, 2020|Ufficio Stampa|0 Comments

About the Author:

Leave A Comment